lunedì 24 settembre 2007

L'ondata di antipolitica nella nostra democrazia

di JOAQUIN NAVARRO-VALLS

Alla fine di giugno di quest´anno, a Vienna, un convegno internazionale ha messo in risalto il problema più importante su cui discutono, oggi,molti Paesi occidentali. Il titolo: Building Trust in Government. L´opinione più diffusa di politologi,sociologi e intellettuali è che proprio nella mancanza di fiducia risiede il vero motivo dell´attuale crisi di consenso di tutte le democrazie europee.

L´autorità e la fiducia, in effetti, sono fattori tra loro strettamente interdipendenti. I cittadini partecipano al processo politico, affidando la loro sovranità ad istituzioni che hanno la legittima autorità sulla base della volontà effettiva dei cittadini che rappresentano. Questo delicato rapporto è il vero fondamento della democrazia.

E quando questo rapporto viene meno, allora cominciano a farsi strada crisi profonde, per molti versi simili a quella che si è espressa in Italia nelle polemiche di questi giorni. Tale ribellione popolare non è nuova e neanche è necessariamente grave, anche se offre importanti spunti di riflessione.Si tratta, in effetti, di un atteggiamento psicologico di perplessità profondamente radicato e sempre presente negli atti e nei comportamenti dei popoli. Spesso la politica ha saputo utilizzare questi fattori sociali per generare nuovi consensi o per screditare quelli già esistenti.I Sofisti antichi, ad esempio, ad Atene hanno utilizzato il malcontento dei cittadini contro l´aristocrazia come un valido presupposto per finanziare le proprie "scuole", oltre che naturalmente per promuovere la loro cultura.

Tutto ciò è abbastanza comprensibile.E´ chiaro, però, che quando si parla delle nostre società contemporanee il discorso diventa più complesso rispetto al passato. E questo perché effettivamente l´ordine stesso della nostra cittadinanza si fonda su forme di governo di tipo democratico che si reggono sulla solidità imprescindibile della sovranità popolare, la quale, però, resta sempre fragile e manipolabile.Certamente, il grado di complessità della nostra vita rende estremamente difficile riuscire ad affiancare una conoscenza adeguata degli avvenimenti vissuti tutti i giorni con ciò che accade nel dibattito politico, lasciando spesso gli interessi particolari sguarniti di attenzione.

Tutto ciò produce una distanza spesso incolmabile tra la classe politica e i cittadini.Questo sganciamento della vita politica dalla vita reale della gente crea un ambiente favorevole alla demagogia e al disfattismo. E´ ovvio che ciò accada ed è importante capire i reali motivi che ispirano talvolta una tanto diffusa mancanza di fiducia tra la gente e una conseguente protesta indifferenziata.

Il problema, infatti, inizia quasi sempre da una perdita di speranza che finisce per trascinare un po´ tutto con sé, anche la politica, in un vortice generale di pessimismo. Gli atteggiamenti antipolitici non sono, infatti, soltanto l´espressione politica più forte della mancanza di ottimismo della gente, ma anche un segnale forte della mancanza di idee e di progetti convincenti da parte della stessa politica.

La democrazia, come ha osservato recentemente Stefano Rodotà, si regge esclusivamente sul coinvolgimento continuo dei cittadini alla vita delle istituzioni. Per questo, le istituzioni stesse devono riuscire a creare ed interpretare questo ruolo attivo dei cittadini, rendendolo rappresentato e reale. Quando questa partecipazione manca, allora la democrazia è incompiuta, entra in crisi, e solo parzialmente riesce a funzionare.

D´altra parte, la fiducia reciproca tra governanti e governati si è accompagnata in ogni tempo allo sviluppo dell´idea di cittadinanza, come ha fatto notare tra gli altri lo storico inglese Walter Ullmann. Questo avviene perché la risposta fiduciosa dei cittadini è legata essenzialmente agli obiettivi veri del messaggio politico, senza i quali difficilmente è possibile che nasca un vero motivo di credibilità tra la gente.

Max Weber ha spiegato dal punto di vista sociologico questa situazione con la sua consueta efficacia, affermando che è molto diverso vivere "di" politica e vivere "per" la politica. Infatti, solo nel secondo caso la politica è mossa "dalla coscienza di dare un senso alla propria esistenza per il fatto di servire una causa". In effetti, è molto diverso perseguire un obbiettivo o il servirsi di esso.

Quello che conta qui è che il consenso può venire soltanto quando i politici danno l´impressione di essere al servizio del bene comune. Allora, sì, la loro funzione non soltanto è percepita come importante da tutti, ma è degna di fiducia e rispetto. Questo fattore differenzia nettamente il possesso dell´autorità dall´autorevolezza del possessore. Perché il potere, necessariamente connesso alle cariche possedute, appare giustificato esclusivamente quando è uno strumento al servizio di un problema reale, utile ed impellente.

Il filosofo Carl Schmitt ha giustamente affermato che quando la politica perde le proprie finalità finisce per identificare ineluttabilmente il bene e il male con il proprio possesso o meno del potere, creando così un terreno fertile per la corruzione e per la disaffezione generalizzata. E ciò è perfettamente comprensibile: o la politica ha una sua dignità e autorevolezza, oppure, essendo sullo stesso piano delle altre libertà individuali, è recepita come un abuso intollerabile e da eliminare ad ogni costo.

La dissacrazione qualunquista di questi giorni, che tante volte abbiamo veduto emergere assieme a molte dittature del passato, si genera a causa della perdita completa da parte della politica di almeno un progetto ideale e programmatico, trasformando se stessa in una lotta intollerabile per l´acquisizione del potere. Di cui, alla fine, il popolo reclama la soppressione. Tale eliminazione drastica segna, però, la nascita di un potere ancora maggiore unito alla fine della democrazia stessa. Sì, perché quando il potere non ha più alcun obiettivo finale eleva se stesso a motivo ultimo di ogni azione. E anche, purtroppo, di ogni distruzione.


("La repubblica"1 ottobre 2007)

Il buio dei diritti

di STEFANO RODOTÀ


ECLISSI dei diritti? Molte iniziative vanno proprio in questa direzione, e si sta creando un clima che li considera un ostacolo. Nell'agenda della politica la questione dei diritti precipita agli ultimi posti, sopraffatta da altri imperativi, la sicurezza e l'efficienza in primo luogo.

Non sorprende, allora, che circolino dichiarazioni di resa, come quelle di uno dei leader della sinistra, che ha liquidato la questione delle unioni di fatto perché non vi sarebbe consenso neppure nella maggioranza.
Questa settimana sarà decisiva per capire gli orientamenti su un tema centrale per la libertà delle persone - la tutela dei loro dati. Si definirà il disegno di legge sulla banca dati del Dna, invocato per ragioni di sicurezza. Il Senato dirà se la libertà d'impresa esige l'esonero dal rispetto delle misure di sicurezza finora previste quando si raccolgono informazioni su ciascuno di noi. Questioni che riguardano tutti, e il modo in cui saranno risolte inciderà sul quadro delle libertà e dei diritti.

Una normativa sull'uso dei dati genetici da parte di polizia e magistratura è necessaria. Leggiamo di indagini che utilizzano questi dati, di campioni biologici trovati sul luogo di un delitto. Tali attività devono essere accompagnate da garanzie adeguate, che definiscano rigorosamente le condizioni che rendono legittimo il ricorso a queste informazioni, intime e pericolose. I principi da osservare sono ben definiti dal Codice sulla privacy - finalità, necessità, proporzionalità.

Se il fine per il quale si costituisce una Banca dati nazionale del Dna è quello di rendere più efficace l'azione anticrimine, non è ammissibile che questa iniziativa si trasformi in schedature di massa, secondando una tendenza verso la nascita di "nazioni di sospetti". Se la nuova banca dati è necessaria per rendere possibile l'identificazione dei responsabili di reati, la raccolta dev'essere limitata ai soli dati identificativi, escludendo quelli che possono rivelare le caratteristiche genetiche relative alla salute o all'appartenenza ad un determinato gruppo familiare.

Se gli strumenti adoperati devono essere proporzionati alla finalità da raggiungere, si deve procedere in maniera selettiva nella individuazione dei soggetti e dei reati: è insensato raccogliere dati genetici sui responsabili di reati finanziari, perché la loro individuazione prescinde del tutto dalle caratteristiche genetiche di chi li commette, rilevanti invece per i reati sessuali o per i furti negli appartamenti.

La bozza del disegno di legge tiene conto in parte di queste esigenze, ma la loro traduzione in specifiche norme non è sempre adeguata, sì che appare indispensabile considerare i rilievi contenuti in una nota inviata a Governo e Parlamento dal Garante per la privacy. Ma tre questioni meritano particolare attenzione: 1) le modalità degli eventuali prelievi obbligatori di campioni del Dna, poiché si tratta di limitazioni della libertà personale, garantita dall'art. 13 della Costituzione; 2) la cancellazione dei dati raccolti, essendo inaccettabile che si conservino per quarant'anni le informazioni su chi è stato prosciolto o assolto; 3) il rigore delle misure di sicurezza e il controllo sul loro rispetto, trattandosi di dati personali di straordinaria delicatezza.

Il tema delle misure di sicurezza ci porta alla discussione in corso al Senato. Già alla Camera, modificando l'originario testo del decreto sulle liberalizzazioni, è stata inserita una norma che esonera le imprese con meno di 15 dipendenti dal rispetto delle misure minime di sicurezza per il trattamento dei dati personali in casi impropriamente ritenuti di ordinaria amministrazione. Questi, invece, possono riguardare quantità ingenti di informazioni provenienti dalle più diverse fonti, rilevanti per la stessa vita delle persone, con rischi che prescindono dalla dimensione dell'impresa. Ora un pacchetto di emendamenti propone di estendere l'esonero a tutte le imprese e comprendere nell'esenzione anche i dati sensibili, relativi a opinioni politiche, religione, salute, vita sessuale.

La regressione culturale e politica è impressionante. Nella dissennata corsa verso l'"abbattimento dei costi" si cancellano garanzie e diritti. Se davvero si vogliono eliminare costi impropri per le piccole imprese, vi sono modi meno rozzi e pericolosi per farlo. Invece si è scelta una strada che la Commissione europea aveva ritenuto impraticabile, perché vi sono costi che il sistema economico deve sopportare per evitare che le sue attività pregiudichino interessi della collettività, come accade per le norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro, costose ma indispensabili. Un paragone significativo, perché le norme sulla sicurezza del lavoro tutelano il corpo fisico così come le norme sulle misure minime di sicurezza per le banche dati tutelano il corpo "elettronico". Sono in gioco le garanzie della persona, la sua stessa libertà nella società della conoscenza.

I parlamentari soffrono di paurosi vuoti di memoria. Dovrebbero sapere che l'affare Telecom mise in luce che pure le gravi negligenze nelle misure di sicurezza consentirono utilizzazioni abusive dei dati raccolti, tanto che il Garante impose a Telecom di adeguare le misure agli standard previsti dalla legge. Oggi si propone di eliminare queste garanzie, sì che la scandalosa vicenda Telecom potrà ripetersi su larga scala. Altro vuoto di memoria: i senatori sembrano ignorare l'art. 41 della Costituzione, dove si dice che l'iniziativa economica privata non può svolgersi "in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana".

E si ignora che molte esperienze hanno messo in luce come la privacy non sia soltanto un costo, ma una risorsa: perché l'offerta di forti garanzie dei dati può attribuire un vantaggio competitivo, inducendo i consumatori a preferire le imprese che forniscono, insieme, beni, servizi e privacy; e perché investire in sicurezza produce innovazione.

Ma l'eliminazione delle garanzie non si ferma qui. Si propone di cancellarle del tutto per persone giuridiche, enti e associazioni. Così pure la libertà di associazione sarebbe limitata. La via d'uscita è una sola: eliminare la norma approvata dalla Camera e respingere gli emendamenti presentati al Senato.

Torniamo alla questione iniziale. Ministri dichiarano in pubblico che, di fronte alla sicurezza, gli altri diritti devono fare un passo indietro, e un economicismo senza principi spinge nella stessa direzione. Ma la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea prevede che la protezione dei dati personali debba essere considerata un diritto autonomo della persona, escludendo che si possa alterarne il contenuto essenziale. E la Convenzione europea dei diritti dell'uomo consente limiti, a condizione però che le misure adottate siano compatibili con le caratteristiche di "una società democratica". È giusto dunque, sottolineare che non si sta discutendo di provvedimenti settoriali, ma di questioni che riguardano la qualità della democrazia nel tempo dall'innovazione scientifica e tecnologica.

Commentando la decisione che ha confermato la multa inflitta dalla Commissione europea a Microsoft, Mario Monti ha giustamente detto che questo è un buon segno della capacità dell'Europa di essere "potenza". Deve continuare ad esserlo proprio sul terreno della forte tutela dei diritti, perché questa è una vocazione che le permette di parlare al mondo con voce limpida e ascoltata. La decisione Microsoft ha aperto anche negli Stati Uniti una discussione sulla necessità di limitare il potere di Bill Gates. E i più diversi paesi guardano al modo in cui l'Europa prevede la tutela dei dati come ad un modello: una responsabilità impegnativa, viste le cattive notizie che vengono dagli Stati Uniti. Tenendo ferme le garanzie, il Parlamento italiano contribuirebbe a far sì che l'Europa rimanga un luogo al quale possano guardare tutti quelli che non si rassegnano all'eclissi dei diritti.


("La repubblica"24 settembre 2007)